GREENWASHING: PERCHÉ OGGI È UN RISCHIO CONCRETO (E NON PIÙ SOLO ETICO)

GREENWASHING: PERCHÉ OGGI È UN RISCHIO CONCRETO (E NON PIÙ SOLO ETICO)

Con l’entrata in vigore della Direttiva (UE) 2024/825, recepita a livello nazionale con il Decreto Legislativo 20 febbraio 2026, n. 30, la comunicazione intorno alla sostenibilità entra nell’ambito della compliance normativa.

Non si tratta più soltanto di evitare messaggi fuorvianti: le affermazioni ambientali (non solo per le aziende di prodotto!), se non supportate da prove verificabili, diventeranno automaticamente pratiche commerciali scorrette, esponendo l’impresa a rischi reputazionali, finanziari e legali.

  1. Rischio reputazionale e perdita di credibilità

Oggi, la sostenibilità è un fattore di selezione commerciale e un’azienda percepita come poco trasparente viene esclusa non solo dal mercato consumer, ove applicabile, ma anche da gare, catene di fornitura e rating di sostenibilità.

Una dichiarazione ambientale non dimostrabile può compromettere la fiducia di clienti e consumatori, investitori e fondi ESG, banche e finanziatori, partner industriali e catena del valore.

Il danno reputazionale è molto più costoso da recuperare che da prevenire: una comunicazione ambientale contestata resta online, nei report e nella memoria degli stakeholder per anni. Quando un claim ambientale viene contestato, le conseguenze economiche vanno oltre la sanzione: Il costo maggiore non è quasi mai la multa, bensì la perdita di fiducia commerciale che ne deriva.

  1. Rischio finanziario

Una contestazione può comportare sanzioni (fino a 10 milioni di euro o il 4% del fatturato globale annuo nei casi più gravi), spese legali, revisione urgente di siti web, packaging e materiali promozionali e comunicativi. A ciò si aggiungono la possibile perdita di quote di mercato, l’esclusione da gare o forniture e un peggioramento del profilo ESG, con conseguente aumento del costo del credito.

  1. Rischio legale

Il rischio legale è concreto e va oltre la mera sanzione amministrativa: le possibili contestazioni, che possono provenire da azioni collettive, competitor o direttamente dalle autorità garanti includono false dichiarazioni (disciplinate in diverse fattispecie, civili e penali), la frode commerciale e la truffa. Nonostante la direttiva sia fresca di recepimento, numerose azioni legali sono già state intraprese, con conseguenze pesanti per le imprese coinvolte.

La sostenibilità deve essere dimostrata

È per tutti questi motivi che la comunicazione ambientale non può più basarsi su affermazioni generiche e deve essere sostenuta da documentazione tecnica verificabile e pubblica.

Documenti come:

  • il bilancio di sostenibilità
  • la Carbon Footprint di organizzazione
  • i piani di sostenibilità e di decarbonizzazione
  • le carbon footprint di prodotto, le analisi LCA e le relative EPD

insieme alle altre certificazioni riconosciute a livello nazionale ed europeo, permettono all’azienda di comunicare in modo trasparente i propri obiettivi, le proprie strategie e il proprio modello di governance, ma soprattutto le performance dei propri prodotti e servizi, dimostrando la fondatezza delle proprie affermazioni.

La normativa sul greenwashing segna un passaggio culturale importante: la sostenibilità non è più una leva di marketing più o meno esasperata, ma una strategia basata su fatti e dati dimostrabili.

Le imprese non devono smettere di comunicare il proprio impegno ambientale, tutt’altro! Esse devono farlo però in modo documentato, passando dal linguaggio delle intenzioni a quello delle dimostrazioni concrete.